Google Maps? Ti dirà anche quando puoi fare la spesa

google maps cartina

Una bella novità in arrivo per tutti gli amanti dello shopping compulsivo (ma non solo) che ogni giorno si trovano a combattere contro un nemico implacabile: la mancanza di tempo. E le code, si sa, ne fanno perdere tanto di tempo. Vorremmo evitarle ovunque e comunque.

Nell’ultimo aggiornamento dell’applicazione mobile di Google Maps è stata introdotta una feature con la quale è possibile sapere, in tempo reale, il “livello di sovraffollamento” presente in un locale o in un qualsiasi altro esercizio commerciale.

Google Maps Feature Gif

Non più solo una stima: Google Maps ora ci dirà in qualsiasi momento se un locale è affollato o meno.

Si tratta di un update in linea con l’obiettivo (nonché la missione) portato avanti da Big G ormai da qualche anno: quello di informare, fornendo risposte il più possibile pertinenti e complete alle richieste effettuate dall’utente sul motore di ricerca.

Non a caso, infatti, proprio questa nuovo feature è un’evoluzione di Popular Times, funzionalità introdotta soltanto un anno fa che, tramite un grafico a barre, faceva una previsione sugli orari di punta di un negozio nel corso della settimana. Dati e analisi ottenute in base allo storico delle visite in-store rilevate in passato.

bar

Ora invece le informazioni non saranno più soltanto una semplice stima, ma ci diranno in real-time se (e quanto) sia sovraffollato un negozio, un bar, un supermercato, evitandoci così a monte code o perdite di tempo a cercare un parcheggio. Con la voce “People typically spend”, poi, Google Maps fornisce anche un’indicazione di massima sul tempo trascorso dalle persone in quel luogo.

In definitiva, a cosa può servire l’innovazione tecnologica, se non a migliorare la nostra vita? Di sicuro quest’innovazione, nell’immediato, ce la semplificherà non poco, permettendoci di ottimizzare tempo e spostamenti, con innumerevoli vantaggi anche per quanto riguarda più in generale la questione della mobilità sostenibile.

Non è tutto. Perché questa, a mio modo di vedere, è una novità che a lungo andare potrebbe trasformare radicalmente il nostro modo di pianificare gli acquisti, e di riflesso anche le nostre abitudini di consumo.

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Altolà: il coding non fa per voi!

uomo che sviluppa codice

Qualche tempo fa (è vero, tanto tempo fa, dovete perdonarmi ma in questo ultimo anno causa impegni di vario tipo ho un pochino trascurato il blog su cui sto postando) scrivevo di come la programmazione – o coding – fosse l’alfabeto di questo nuovo secolo digitale e iperconnesso, e di come una nuova “alfabetizzazione” in tal senso fosse indispensabile, imprescindibile.

In effetti, da più parti si continuava, e si continua, a recitare questa formula come un mantra: democratizzare l’insegnamento dello sviluppo di codice per incentivare la crescita del tessuto economico e quindi lo sviluppo della società nel suo complesso. Nel frattempo in tutto il mondo si è formato un vero e proprio movimento teso a promuovere una “cultura dello sviluppo di codice”, e la materia è entrata persino nel programma di insegnamento di molte scuole elementari e istituti scolastici.

Coding Group

Photo by Flickr

Eppure, per intraprendere il percorso che conduce al progresso e all’evoluzione dell’umanità occorre davvero che tutti imparino a programmare? Questa skill è davvero così fondamentale per la forza lavoro che verrà? Un “contromovimento” sta tentando di scardinare questa convinzione che si è fatta strada negli ultimi anni.

In particolare, un articolo dal titolo provocatorio apparso su Techcrunch lo scorso maggio, ripreso più volte dagli addetti del settore, mira a far riaprire gli occhi su una realtà fino ad oggi troppo romanzata e influenzata dal mito della Silicon Valley, dove per esempio si crede a torto di poter cambiare vita e lavoro da un giorno con l’altro, di poter avviare una startup di successo semplicemente imparando una nuova competenza o frequentando un MOOC online.

tastiera

Verità nascoste dietro al mito

La realtà è ben diversa, come prevedibile. In particolare l’autore del pezzo, Basel Farag, mette in luce tutte le sue perplessità relative a questo fenomeno: in primis, il gap esistente (e difficilmente mascherabile) tra un vero professionista, spesso con studi ingegneria alle spalle e chilometri di codice digitati, e un “improvvisato” che si definisce programmatore solo perché ha imparato un linguaggio di sviluppo; è una professione che va affrontata invece con la massima serietà ed umiltà.

L’opinione pubblica presenta poi il contesto nel quale opera il coder come un reame dorato, caratterizzato da elevati guadagni, forte potere contrattuale, abbondanza di offerte di lavoro e privilegi di ogni tipo. In realtà è esattamente l’opposto: il programmatore è infatti molto spesso un lavoratore iper-stressato, frustrato a causa di ritmi di lavoro faticosi e dettati da scadenze rigide, conduce una vita di sacrifici e rinunce.

Perché mai dunque – si chiede Farag – uno dovrebbe mai consigliare a qualcun altro di lanciarsi in un ramo simile? Un conto è la passione e la voglia di imparare che spinge ventenni o neodiplomati desiderosi di intraprendere una carriera da zero, ma come la mettiamo con i quarantenni con una famiglia da mantenere, bollette e spese da pagare a fine mese? Non è quel mondo facilmente accessibile a tutti che la narrazione moderna sul digitale ci sta presentando, insomma.

programmer woman

Questo smisurato entusiasmo è anzi deleterio anche per il business stesso, in quanto aumenta sensibilmente la competitività nel settore e fa crescere le attese da parte del mercato, che appunto considera quella del programmatore come una mansione che tutti possono svolgere con un minimo di preparazione, pretendendo dunque che si dimezzi il tempo necessario allo sviluppo di un app o di un software. Tutto ciò, naturalmente, a scapito del livello di qualità del prodotto finale.

In conclusione, è chiaro che quella del coding sia attualmente una skill importante, che verrà sempre più ricercata dai datori di lavoro e non solo. Una competenza chiave in tanti ambiti, vista la fase di digitalizzazione che stiamo vivendo, ma una competenza che non ha proprio bisogno di alcuna “idealizzazione”: non si può, insomma, spingere tutti a trasformarla in una professione, soprattutto quando il rischio di improvvisazione è davvero elevato.

Come in altri campi, anche nella programmazione web e di software il successo è un risultato dato da un mix di inclinazione, studio, sacrifici, errori e nuovi tentativi accumulati in anni e anni di esperienza; un percorso quasi obbligato da sperimentare, prima di potersi definire davvero professionista.

Un commento vi seppellirà!

Un nuovo fenomeno

Non è forse nulla di così eclatante a livello di notiziabilità, ma in quest’ultimo periodo un fenomeno in particolare è salito alla ribalta con una certa prepotenza sui social network (perlopiù Facebook, Twitter ed Instagram) e in generale su tutte le online community: i commenti degli utenti ai contenuti pubblicati dalle pagine – che si tratti di testi, foto o video – attirano quasi più interesse dei contenuti stessi.

ciccione

Mai come oggi è possibile osservare così tanta interazione tra i “commentatori” di un post, e allo stesso tempo così tanta attenzione e curiosità nella lettura dei commenti. Basta farsi un giro sui gruppi, sulle fanpage più seguite di vip e altre celebrities, sulle pagine istituzionali di aziende e di marchi famosi per accorgersi di cosa sto parlando (e i meme stessi sembrano confermare la tendenza).

Emblematico è poi il fatto che, sul mercato online statunitense, si sia perfino arrivati a discutere della possibilità di inserire le ads (gli annunci pubblicitari online) anche nei commenti ai post. Vista la crescita di interesse, quest’ultima sarebbe un’arma in più nell’arsenale degli inserzionisti. Il fenomeno, almeno a prima vista, dal proprietario di una pagina o di una community online non può che essere visto con favore, dal momento che:

+interazione = +viralità = +visibilità in rete

…fino a un certo punto però.

Alla ricerca di memorabilità

Negli ultimi tempi si sta affermando una tipologia specifica di commentatore sui vari social, un commentatore che adora stare al centro dell’attenzione, e che prova con tutti i mezzi linguistici a sua disposizione: tramite l’ironia, il sarcasmo – e talvolta anche con un filo di cattiveria – a ridicolizzare i soggetti protagonisti dei contenuti pubblicati dalla pagina (o a ridicolizzare la pagina stessa).

Oggi i commentatori che corrispondono a questo identikit sono diventati tematica di discussione e argomento portante di alcune community, anche molto seguite: quella più famosa è senza ombra di dubbio la fanpage Commenti Memorabili, che racchiude le gesta di individui alla costante ricerca di applausi e memorabilità.

misseri

Commenti Memorabili ha solo dato il là, dato che ad oggi ci sono tanti altri “luoghi di ritrovo” su questa falsariga: Le migliori foto per commenti, Commenti epici, Commenti ignoranti…. le pagine a tema si sprecano.

Troll 2.0

Non siamo più (soltanto) in presenza di troll capaci di “infiammare” in un colpo solo le discussione social allo scopo di suscitare polemiche e reazioni veementi nei lettori, qui abbiamo di fronte dei raffinati narcisisti in cerca di popolarità e autocelebrazione, dei soggetti pronti a sfoderare la formula ironica e sarcastica perfetta per poter “vincere l’internet”… o meglio per sbancarlo del tutto.

won internet

Questi “creativi della domenica” spesso non sono neppure interessati realmente al topic del post che si apprestano a commentare: per il semplice desiderio di attirare l’attenzione, le risate e l’approvazione di una community di fan, riadattano (quando non copiano direttamente) format lessicali ultra-consolidati, già visti altrove in mille salse e li inseriscono all’interno del feed di commenti. Troll molto più evoluti, insomma.

troll 2.0

Buoni o cattivi?

Al di là di tutto, molti di questi “cabarettisti social” posseggono un enorme genio creativo nella scritttura e si sanno inserire con un tempismo perfetto all’interno delle discussioni dei brand o delle celebrities… certo con un unico fine (non dichiarato): accumulare più like e consensi possibili, scalare fino ai primi posti la newsfeed dei commenti, entrare di diritto nella “hall of fame” di Commenti Memorabili e guadagnarsi così la gloria.

In tutto questo, il lavoro più grande spetta e spetterà in futuro a moderatori e community manager: ignorare o rispondere? Probabilmente la maggior parte delle aziende sceglierà la prima strada, anche se forse quella più corretta – visti anche i risultati in termini di engagement – potrebbe esser quella messa in atto sapientemente da Gianni Morandi (o da chi gestisce la sua pagina Facebook)… senza ombra di dubbio il più grande nel trattamento “diplomatico”, ma a tratti anche ironico e pungente, di Troll e Troll 2.0 🙂

morandi mare

morandi memorabile

 

Project Jacquard: Google porta gli wearables al livello successivo

Gli smartwatch sono già il passato. Questo forse devono aver pensato per un attimo gli spettatori dell’ultima conferenza annuale di Google per gli sviluppatori web – la GOOGLE I/O – dove la società statunitense, oltre a presentare il nuovo sistema operativo Android M e altre diverse novità nei suoi prodotti, ha accennato inoltre di stare lavorando a dei progetti sperimentali nel campo dell’internet of things e degli wearable, due tra i fronti più “caldi” del panorama hi-tech odierno.

Google I/O 2015

Gli oggetti connessi a internet, stando ad alcune stime, entro il 2020 saranno più di 20 miliardi: 20 miliardi di device che potranno dialogare e interagire tra loro, migliorando (si spera almeno) la vita all’utente. Dal palco della Google I/O sono state annunciate diverse nuove soluzioni in questo senso, a prima vista rivoluzionarie: Brilllo, una piattaforma innovativa per la IoT; Project Soli, prototipo hardware sperimentale sviluppato dal team ATAP (Advanced Technologies and Products) che con una tecnologia radar consente di controllare i dispositivi usando i gesti delle dita; infine, Project Jacquard.

Google Project Jacquard, altra grande sfida di quei visionari di ATAP, promette di far parlare a lungo di sé nei mesi a venire, poiché da quanto appreso si tratterebbe di uno dei primi esempi concreti di “vestito connesso”. In sostanza l’idea consiste in un sensore touch che, inserito all’interno del tessuto di un indumento, sarebbe in grado di riconoscere i movimenti delle nostre dita e ci permetterebbe di trasmettere degli “input” direttamente ai nostri dispositivi digitali.

Project Jacquard

credits: techradar.com

Il nostro pantalone, o la nostra giacca, potranno diventare così una sorta di “schermo aggiuntivo”, grazie al quale potremo controllare e interagire con tablet o smartphone. Evoluzione tecnologica inutile? Ora non è possibile fare previsioni. D’altro canto – i detrattori sono sempre pronti a ricordarlo – abbiamo visto come non sempre le invenzioni della società americana riescano a spiccare il volo con facilità (si pensi al flop dei Google Glass); in quel frangente, neppure un accordo con il colosso dell’occhialeria Luxottica si era dimostrato sufficiente a dare un appeal commerciale all’innovazione… in questo caso sarà Levi’s a collaborare per la realizzazione del prodotto: vedremo se il destino di Project Jacquard sarà più fortunato.

Insomma, con una mossa del genere Google non si limita più a sviluppare wearable, tecnologie indossabili, il suo chiaro intento ora è quello di mettersi letteralmente “nei nostri panni”, proponendoci nuovi modalità nell’utilizzo dei dispositivi. È anche vero che finora, al termine “wearable” eravamo soliti associare alcuni device specifici, come gli occhiali connessi o gli smartwatch. Forse i più entusiasti potevano già intuire l’estendersi dei sensori ad altri tipi di accessori, ma credo che in pochi avrebbero scommesso a questo punto sull’intenzione di Google di rendere intelligenti anche i tessuti che indossiamo ogni giorno.

D’altronde non deve stupire: Big G riesce sempre a sorprendere il suo pubblico; il suo sforzo sul fronte dell’innovazione continua – e su più ambiti in contemporanea – si rivela inarrestabile. E l’innovazione, si sa, incrementa gli utili e il vantaggio competitivo.

 

 

 

 

 

Rendere il proprio sito mobile friendly: the last chance

«Convertitevi a un design responsive, perché il giudizio di Big G è vicino»

Certo con parole meno imperiose, ma sembrerebbe proprio essere questo il messaggio che viene portato avanti da settimane dai SEO analyst e web marketer di tutto il mondo. In breve: per poter avere un migliore posizionamento sulla SERP di Google (ed evitare quindi penalizzazioni), sarà indispensabile ottimizzare il proprio sito in chiave mobile, integrando nel proprio sito un layout responsive e rendendolo così accessibile su tutti i dispositivi.

Non in futuro, non domani, ma oggi stesso. Già, perché a quanto pare dal blog ufficiale di Mountain View hanno fatto sapere che, sin dal prossimo 21 aprile, sarà implementato un nuovo algoritmo in funzione del quale, se si vorrà mantenere un buon posizionamento nei risultati del motore di ricerca, bisognerà necessariamente adeguare il proprio sito alle versioni mobile: renderlo mobile friendly, insomma.

seo mobile friendly

Mobile friendly, criterio “ufficiale” di ranking

È da qualche anno che molti esperti SEO indicano la buona usabilità di un sito web da mobile tra i fattori di ranking, tuttavia su questo punto c’erano sempre state alcune controversie e aspetti poco chiari, oltre a mancare una presa di posizione netta da parte di Google. Migliorare l’esperienza di navigazione dell’utente, in ogni caso, è sempre stato un obiettivo dichiarato della società statunitense.

In effetti, i primi segnali di cambiamento si erano avvertiti già a partire dallo scorso novembre: con l’introduzione della Mobile Friendly Label, l’etichetta che premia nella SERP quei portali in grado di garantire una user experience ottimizzata da mobile, Google ha di fatto “preparato” l’annuncio ufficiale dei giorni scorsi.

tablet
Stando alle osservazioni, la navigazione da smartphone e tablet ha già superato da diverso tempo quella da PC, e il fenomeno è visibile in quasi tutti i paesi del mondo. Una tendenza che ci obbliga a cambiare atteggiamento e a considerare con decisione un rinnovamento del look and feel del nostro portale. Anche in questo processo, Google ci viene in aiuto, mettendoci a disposizione una guida per l’ottimizzazione dei siti web e un test per capire se il proprio sito web sia o meno compatibile con i dispositivi mobile.

Personalmente, anche io mi son deciso ad apportare delle modifiche a questo blog, scegliendo ad esempio un altro tema, Eighties, web responsive, dal design minimal e anche più gradevole alla vista rispetto a quello installato precedentemente. Il cambiamento certo implica sacrifici e sforzi di adattamento, ma quasi sempre porta con sé nuove idee e stimoli creativi.

Insomma, this is our last chance… convertirsi a un layout responsive e mobile friendly non sarà più una possibilità, ma un obbligo per non essere penalizzati.

Real Time Marketing o Real Time Imitation?

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla diatriba in salsa social a causa di un colore non ben definito di un singolo vestito: blu e nero o bianco e oro? Questo il rompicapo visivo lanciato sul web da una cantante scozzese (Caitlin McNeill) attraverso una foto pubblicata su Tumblr, foto che si è trasformata in poche ore in fenomeno virale, attirando commenti e condivisioni a raffica. #TheDress ha generato un buzz enorme, in tutte le web communities.

Ci hanno pensato poi la scienza e la psicologiq a intervenire per fare luce sull’episodio, spiegando in poche parole un’evidenza fondamentale: non tutti riusciamo a percepire i medesimi colori in un oggetto, e questo per via di una diversa interpretazione da parte del nostro cervello.

the dress lego

La questione ha fatto arrovellare le menti di diversi internauti, convinti più che mai della propria posizione; ma la cosa più incredibile è proprio la portata virale – il buzz – che si è generata da un simile fenomeno, nella sua estrema semplicità (a riprova del fatto che non esista una ricetta di viral marketing precisa che ci dica esattamente come triplicare la visibilità di un messaggio): 670mila visualizzazioni nel giro di un’ora su Tumblr, milioni di Tweet e di condivisioni su Facebook, migliaia di articoli prodotti dalle testate web e da quelle cartacee.

Numeri altissimi, che sono andati peraltro incrementando nei giorni successivi. Numeri che hanno immediatamente ingolosito i brand da sempre attivi nell’ambito del Real Time Marketing, ovvero quella tecnica comunicativa che fa leva ‘sull’immediato‘, sulla creazione di contenuti (perlopiù visivi da postare sui social network) ispirati ad avvenimenti, eventi o notizie last-minute con l’obiettivo di sviluppare interesse e passaparola tra gli utenti, accrescendo così l’immagine complessiva della società.

Molte aziende si sono sbizzarrite anche in questo frangente, cercando la soluzione più geniale e fantasiosa per cavalcare al meglio il successo del trend #TheDress:

thedress

mms the dress

Il Real Time Marketing è sfruttato da un numero sempre più crescente di brand, non per niente l’online risulta essere la casa ideale per questa nuova frontiera della comunicazione. I più esperti in questo particolare tipo di approccio sono ad esempio Ceres, Durex, Lego e Barilla  solo per citarne alcuni – che da anni approfittano e prendono spunto dalle più svariate festività (come il primo aprile, la festa del papà, la festa della donna) o dalle notizie di attualità per dar libero sfogo alla creatività del proprio team di copywriter.

ceres real time marketing

Per una società, due sono i fattori decisivi per trarre il maggiore beneficio da questa tecnica: la velocità e l’ironia. Bisogna essere veloci, in modo da mostrarsi il più possibile reattivi agli stimoli esterni e battere sul tempo la concorrenza, con buone chance di ‘stamparsi’ nella mente dell’utente; questo però non basta, perché naturalmente il contenuto della comunicazione deve anche saper far divertire, emozionare. L’originalità è d’obbligo in questo senso.

L’errore più comune che può commettere un brand, tuttavia, è quello di andare dietro l’onda del successo a tutti i costi. Ecco che allora tutta la creatività insita in questa tecnica si corrompe, trasformando l’intera strategia in una sorta di inutile rincorsa al ‘buzz perfetto’, in real time marketing fine a se stesso. Una moda, a cui le società cercano di adeguarsi, talvolta con risultati scarsi quando non dannosi per la stessa immagine aziendale.

Una situazione che può davvero sfuggire di mano: una campagna di questo tipo, che per sua natura non verrà mai adeguatamente pianificata viste le tempistiche ristrette, rischia di diventare un flop colossale, o peggio un vero e proprio boomerang esplosivo per il brand. Quest’ultimo può infatti perder di vista i propri valori e la propria cultura di riferimento, l’istantaneità e la battaglia per l’engagement può portarlo ad ignorare del tutto la gravità di un avvenimento appena trascorso, con effetti spesso irrimediabili.

Della serie “Riflettere prima di postare“… come dimenticarsi dei tweet di alcune società che nel 2012 hanno avuto l’idea – davvero infelice – di sfruttare un terremoto per ottenere attenzione e qualche clic in più.

tweet terremoto

Direttamente da un blog Tumblr statunitense, vi propongo quindi un’antologia del peggio del Real Time Marketing, contenente alcuni dei tentativi più maldestri e imbarazzanti fatti dai brand in questi anni solo per cavalcare il successo di un trend.

Cinque predizioni per la pubblicità di quest’anno

Qualche settimana fa, l’agenzia di comunicazione statunitense ViralGains, specializzata nel viral marketing, attraverso un’infografica ha provato ad immaginare quali potrebbero essere le tendenze e i numeri dominanti per la pubblicità in questo 2015.

Ecco di seguito le cinque predizioni fatte dall’agenzia di Boston. Il declino della promozione sui media tradizionali continuerà, inesorabilmente, e i brand impareranno sempre di più a creare e pubblicare direttamente i propri contenuti. Ma non solo…

[clicca sull’immagine per ingrandire]

advertising 2015

Social and more – I trend più interessanti per il 2015 [Infografica]

Il 2014 è giunto ormai alle sue battute finali. Ma che anno è stato per il social media marketing? Quali fenomeni, quali trend di questo mondo vastissimo possiamo ritenere davvero significativi, quali quelli su cui investire nel 2015?

Personalmente ho tentato, attraverso un’infografica di mia creazione (mi scuso per eventuali imperfezioni a livello grafico, apprezzatene il tentativo :-)), a riassumere quei dati e quei trend degni di nota che hanno caratterizzato questo anno appena trascorso.

  • Visual Web – l’immagine, come pure il video e altri contenuti visivi, si stanno rivelando sempre più vincenti nel panorama della comunicazione social. Ecco perché attendersi per il 2015 un ulteriore passo in avanti per tutti quei canali e piattaforme online incentrate sul ‘visual’: Instagram, Pinterest, Tumblr, ma anche YouTubeVine e così via…
  • App di Instant Messaging – visti il successo e il numero di fruitori totalizzati in questi anni dalle varie Whatsapp, Snapchat, WeChat, Facebook Messenger, è lecito attendersi un ulteriore incremento per il prossimo anno. Questi strumenti diventano sempre più appetibili, sia come strumento di social CRM per le aziende che come canale pubblicitario per marketer e inserzionisti.
  • Social Media Advertising – l’advertising online continua a macinare risultati e in particolare gli annunci e i post sponsorizzati sui social network stanno vivendo un momento d’oro in questo periodo, grazie anche agli alti tassi di conversione raggiungibili; la competizione tra le piattaforme aumenta, chiaramente: non soltanto Facebook, ora anche Twitter e Linkedin propongono soluzioni pubblicitarie interessanti e sempre più mirate.

social media 2015

Che altro? Sicuramente, i contenuti creativi di valore (informativi come di intrattenimento) e in diversi formati continueranno ad avere un peso fondamentale nella comunicazione social, saranno sempre più decisivi e virali nello specifico quei contenuti ‘real time‘, ossia quelli prodotti ispirandosi a un grosso evento (come la notte degli Oscar, le olimpiadi) o a seguito di un episodio rilevante. L’azienda si inserisce in questo modo nelle discussioni virtuali e prova a fornire dei contributi coinvolgenti e di qualità per il pubblico.

Secondo il mio modesto parere, infine, un altro trend osservabile riguarderà le strategie di investimento messe in atto da parte di agenzie, marketer e social media manager, sempre più rivolte alla razionalizzazione del budget e delle risorse a disposizione. In pochi proveranno ancora a ‘gettarsi nella mischia’, impostando una presenza e un investimento su più canali, piuttosto si cercherà sempre più di concentrare i propri sforzi e la spesa in advertising su pochi canali, selezionati e mirati a seconda del proprio target, cercando se possibile di sborsare qualcosina in più per raggiungere livelli ottimali di visibilità.

Adwords e Facebook Ads, come visto, non sono più le uniche frecce all’arco di una promozione online efficace e con ritorni interessanti: nuovi tool, nuove piattaforme sono pronte alla sfida. Prepariamoci a un 2015 pieno di novità!

Per scaricare l’infografica in pdf: Social&More

L’utente chiede un web più etico?

“Oligarchia” web

Stando agli ultimi dati, Facebook avrebbe fatturato solo nei primi sei mesi del 2014 qualcosa come 5,41 miliardi di dollari. Una cifra astronomica, numeri raggiunti anche grazie alla presenza in borsa e alle politiche ‘push’ per gli inserzionisti presenti sulla piattaforma, desiderosi di ottenere la tanto agognata popolarità e incrementare le opportunità di vendita. Di fronte a un ‘mercato’ più affollato (come possono essere il News Feed di Facebook o la SERP di Google) anche i costi per ottenere visibilità lievitano. Fin qui tutto normale, o quasi: è la legge della domanda-offerta, direbbero in molti.

L’impressione è però che i giganti del web stiano tirando un po’ troppo la corda negli ultimi tempi: politiche sulla privacy non chiare, rincorsa folle alla monetizzazione a scapito del reale valore per il consumatore, algoritmi mutevoli e limitazioni che complicano e non poco la vita di SEO strategist e web marketer. L’insofferenza generata può rischiare di tramutarsi in un boomerang pericoloso per le big company del settore, dal momento che le aziende clienti potrebbero da un momento all’altro stufarsi di simili condizioni e spostare gli investimenti in comunicazione digitale su altri canali (e, in questo senso, l’offerta si sta finalmente infoltendo di nuovi player), magari di nicchia oggi, ma con un potenziale di crescita in prospettiva.

Se non proprio insofferenza, un senso di frustrazione è quella che potrebbe provare invece il fruitore medio della piattaforma, che si sente sempre meno considerato sotto l’aspetto “qualitativo”, ossia per il contributo che è in grado di fornire in termini di opinioni, interventi e contenuti informativi, quanto più per i dati che lo interessano (età, genere, status ecc..) o ancora per le abitudini di consumo che trapelano dalle sue discussioni online; tutto questo semplicemente nell’ottica di una profilazione, a scopo commerciale, il più possibile mirata in favore degli inserzionisti. L’obiettivo ultimo di social e online communities? Realizzare un database interno sufficientemente dettagliato, contenente informazioni sulla personalità e le abitudini dell’utenza, aumentare il valore di vendita di questi dati e massimizzare in questo modo le entrate pubblicitarie.

social media

Ma l’utente oggi, come più volte ribadito, non è più un fruitore passivo di contenuti, ma è sempre più identificabile come prosumer (creatore di contenuti digitali) critico e consapevole, e se qualcheduno inizia giusto ora a storcere il naso di fronte a questi atteggiamenti invasivi, vi sono startup e servizi pronte a raccogliere e ad incanalare il ‘malcontento’ in un’offerta che possa differenziarsi e rappresentare una valida alternativa di fruizione per gli insoddisfatti. Trovano spazio così nuovi player, piattaforme online fresche e capaci spesso di  avvicinare media e opinione pubblica.

Restando per esempio su Facebook e sul mondo social, proprio in queste settimane la discussione sembra si stia concentrando soprattutto su un elemento principale: la questione etica, intesa tanto come rispetto verso l’identità e il ruolo giocato dal prosumer quanto come il rispetto della sua privacy. Una questione molto sentita, sulla quale alcune società hanno scelto di impostare la propria proposta di valore esclusiva (quella Unique Selling Proposition di cui tanto si parla nei manuali di pubblicità), aggredendo il mercato con offerte controcorrente, o più semplicemente ‘fuori dagli schemi’.

Ello: Persone, non numeri

Non siamo numeri, non siamo prodotti: è il messaggio fatto proprio da ELLO, il social network accessibile esclusivamente su invito, che negli ultimi giorni ha fatto tanto discutere per le sue politiche sul trattamento dei dati (oltre ad aver scatenato infiniti dibattiti sul confronto con il social di Mr Zuckerberg). Questo il manifesto, emblematico, pubblicato dalla compagnia sul suo sito:

Your social network is owned by advertisers.

Every post you share, every friend you make and every link you follow is tracked, recorded and converted into data. Advertisers buy your data so they can show you more ads. You are the product that’s bought and sold.
We believe there is a better way. We believe in audacity. We believe in beauty, simplicity and transparency. We believe that the people who make things and the people who use them should be in partnership.
We believe a social network can be a tool for empowerment. Not a tool to deceive, coerce and manipulate — but a place to connect, create and celebrate life.

You are not a product.

ello homepage

Ello è solo su invito

Ello si è auto-dichiarato, implicitamente o meno, l’anti Facebook; vedremo alla distanza se queste boutade avranno un seguito. Intanto, le caratteristiche del nuovo social sono una realtà: Ello è minimal (usa spesso il bianco e nero), chiaro, indiscreto (non registra i dati dell’utente perché non è interessato alla pubblicità); ha inoltre un modello di business del tipo freemium: una offerta di base gratuita e servizi aggiuntivi a pagamento. Una mission lodevole, quella che guida la società americana, le carte in regola per lanciare il guanto di sfida ai grandi colossi sembrerebbero sussistere, ma quello di scatenare un esodo di utenti da Facebook verso la propria piattaforma potrebbe essere un obiettivo a dir poco ambizioso (ha più i connotati di una provocazione). Staremo a vedere.

ello

L’esodo degli user da Facebook verso Ello: uno scenario possibile?

Il discorso è però molto complesso: i dati prodotti, scambiati e condivisi ogni giorno dall’utenza, insieme alle informazioni personali della stessa sono molteplici, non per nulla si parla di ‘data overload‘. Per la sussistenza di un social network tradizionale tutti questi dati sono vitali; costituiscono un valore aggiunto imprescindibile, consentono infatti di profilare meglio le inserzioni a favore degli advertisers (unica fonte di revenue in questo modello), o possono in alcuni casi essere venduti a società esterne (data licenzino). Sono però allo stesso tempo, non dimentichiamolo, anche un valore aggiunto per bacheche e newsfeed dei social stessi, perché popolano e rendono vivaci le piattaforme con contenuti sempre nuovi, vivaci e freschi.

Bubblews: il social che ti remunera

Ma in definitiva, da dove ha origine gran parte di questo valore aggiunto? «Ha origine dalla gente – sostiene Arvind Dixit, CEO di Bubblews, un social network nato nel 2012 – proviene dai pensieri degli utenti… dai loro commenti. Sono un sacco di informazioni che la gente sta dando via gratuitamente; vorremmo porre fine a questa situazione, e dare più un senso degli affari a tutto ciò, rendendo il social un ecosistema equo per tutti, non solo una rete di collegamenti costruita sulle idee di altre persone».

La peculiarità di questo social, rivoluzionaria, è il fatto che l’utente venga remunerato per i post condivisi sulla piattaforma (e per i like e le condivisioni che si generano a partire dai post). I fondatori di Bubblews hanno deciso di versare una quota, anche minima, di introiti pubblicitari a favore di quegli iscritti che contribuiscono ad attrarre traffico e inserzionisti con i loro contenuti inseriti all’interno del social. Una scelta, se vogliamo anche questa ‘etica’, di voler riconoscere all’iscritto un contributo più o meno grande per gli sforzi profusi in termini di elaborazione di contenuti nuovi, e dunque per il valore che è in grado di apportare in favore della crescita e dello sviluppo della piattaforma. Che sia solo una mossa pubblicitaria per acquisire visibilità e rosicchiare fette di mercato ai social più famosi? Non ci è dato sapere. Certo, in passato ci sono già stati esperimenti di questo tipo; un esempio su tutti: Review Me, network che nei primi anni 2000 pagava le persone per recensire determinati prodotti o servizi.

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Certo questo è un modello di business che sembra incarnare alla perfezione il pensiero, controcorrente e a tratti apocalittico, di Jaron Lanier, guru-informatico ai tempi della nascita del world wide web, oggi da più parti definito come un ‘pentito del web’. Egli sostiene che la classe media si stia lentamente impoverendo e sia sul punto di scomparire. La colpa? Proprio di internet e della filosofia del ‘tutto gratis’, ma ancora di più di chi alimenta tale filosofia, ovvero Google, Facebook, Yahoo: i colossi del web sono in questo senso gli unici ad arricchirsi in questo scenario, naturalmente a scapito degli utenti. Lanier li definisce addirittura ‘server sirena‘, ossia gruppi di computer interconnessi che attraggono grandi quantità di utenti, accumulando e analizzando dati dettagliatissimi sui comportamenti online, senza però riconoscere loro alcun valore economico.

Questa è quindi la ricetta che propone per contrastare lo strapotere di questi server sirena, e ridare così all’utente una nuova dignità:

Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario 

DuckDuckGo e il motore di ricerca che non traccia

Infine, un altro esempio emblematico che ha portato alla ribalta la problematica dell’etica online risulta essere DuckDuckGo, in questo caso non un social network bensì un motore di ricerca che ha deciso di puntare tutta la sua strategia sul rispetto della privacy degli utenti: non registra, infatti, gli indirizzi IP dei naviganti e limita al massimo l’utilizzo dei cookie, non immagazzinando così le informazioni sulle ricerche e non vendendo all’esterno alcun dato personale degli utenti.

Questo search engine esiste da ben 6 anni (è stato lanciato negli USA nel 2008), ma ha acquisito popolarità soltanto dopo l’estate di quest’anno, a seguito dell’aggiornamento dei sistemi operativi iOS dei device Apple. DuckDuckGo è stato inserito infatti tra i motori di ricerca selezionabili dalla società di Cupertino, subito dopo Google, Yahoo e Bing.

duckduckgo

Segnali di svolta? Timidi tentativi di dirigersi verso un web maggiormente etico e rispettoso della sua community? Probabilmente; i numerosi case studies su questo punto sembrano confermare la tendenza; tendenza che però, in taluni casi, pare forse essere più una maschera indossata dal brand al solo scopo di differenziarsi e attirare su di sé l’attenzione del pubblico. Quel che è certo, almeno dal mio punto di vista, è che i tempi per una migrazione in massa degli utenti verso questi nuovi network e servizi sono più tutt’altro che maturi.

Moderatori ‘umani’: questi sconosciuti

Sos Pasta

Che non sia un’attività semplice, soprattutto per i grandi brand con milioni di follower da “ascoltare”, è fuor di dubbio; ma talvolta, prima di compiere scelte che rischiano di esporre troppo l’immagine aziendale, è bene organizzarsi un tantino meglio e ponderare ogni possibile situazione di crisi o emergenza. Ancora di più se si decide di far gestire interamente una campagna o un contest da un sistema automatizzato, anziché da una persona in carne e ossa.

Mi riferisco all’#epicfail, se così possiamo definirlo, scaturito dall’iniziativa social Barilla “Sos Pasta” su Twitter: inviando un tweet con hashtag #SOSPasta, i follower possono ricevere indicazioni sui piatti da preparare in base agli ingredienti a loro disposizione. Un’idea di customer care certamente geniale e molto creativa, quella del team social di Barilla.

sos pasta

Se non fosse che qualche buontempone, con chiaro intento ironico, ha pensato di inviare la foto del proprio cane, mandando così in tilt il bot di Barilla (evidentemente non in grado di riconoscere il quadrupede come ingrediente) e ricevendo in risposta una serie di ricette tutte uguali in successione. Il caso di social fail è esploso in poche ore, facendo il giro delle web communities e solo dopo qualche giorno (il 21 luglio) un’entità “umana” della società ha provveduto a giustificare l’accaduto:

sospasta

Non è tuttavia l’unico caso di fail dovuto all’assenza di un moderatore in carne e ossa; per quanto i bot e i sistemi automatizzati stiano facendo passi in avanti notevoli, per alcune operazioni è (fortunatamente) ancora necessaria la presenza di una persona che possa supervisionare e monitorare l’andamento dell’iniziativa, specialmente quando si tratta di ricevere UGC – contenuti generati o elaborati dall’utente.

Mi tornano alla mente due casi esemplari del recente passato, altri due esempi di campagne social finite male che dovrebbero riuscire a far convergere aziende e agenzie su un punto, essenziale: la realizzazione di un contest o di un’iniziativa social nella quale si richiedano contributi creativi o feedback alla community non può prescindere dalla presenza di un moderatore umano (sia esso un community, un social media manager/strategist).

Cynar – “Scrivi il tuo finale leggero”,  rivelatosi poi in realtà un finale amaro per Cynar, con il quale la società, sulla base di una storia, chiedeva agli utenti di inventare e inoltrare un finale di poche righe all’interno di una piattaforma interattiva. In poche ore, una valanga di insulti e offese.

cynarIkea – “Manifesto del cambiamento“, una sezione interattiva sul sito di Ikea che invitava l’utente a esprimere la propria idea di cambiamento; un canale aperto, che dava la possibilità di scrivere qualsiasi cosa. L’operazione si è ben presto rivelata un boomerang, e ha danneggiato non poco la reputazione societaria. La wall del sito si è infatti riempito di offese e di invettive contro i vertici e contro le metodologie spregiudicate della multinazionale svedese, che ha poi giustificato con un comunicato la chiusura della sezione.

manifesto del cambiamento