L’utente chiede un web più etico?

“Oligarchia” web

Stando agli ultimi dati, Facebook avrebbe fatturato solo nei primi sei mesi del 2014 qualcosa come 5,41 miliardi di dollari. Una cifra astronomica, numeri raggiunti anche grazie alla presenza in borsa e alle politiche ‘push’ per gli inserzionisti presenti sulla piattaforma, desiderosi di ottenere la tanto agognata popolarità e incrementare le opportunità di vendita. Di fronte a un ‘mercato’ più affollato (come possono essere il News Feed di Facebook o la SERP di Google) anche i costi per ottenere visibilità lievitano. Fin qui tutto normale, o quasi: è la legge della domanda-offerta, direbbero in molti.

L’impressione è però che i giganti del web stiano tirando un po’ troppo la corda negli ultimi tempi: politiche sulla privacy non chiare, rincorsa folle alla monetizzazione a scapito del reale valore per il consumatore, algoritmi mutevoli e limitazioni che complicano e non poco la vita di SEO strategist e web marketer. L’insofferenza generata può rischiare di tramutarsi in un boomerang pericoloso per le big company del settore, dal momento che le aziende clienti potrebbero da un momento all’altro stufarsi di simili condizioni e spostare gli investimenti in comunicazione digitale su altri canali (e, in questo senso, l’offerta si sta finalmente infoltendo di nuovi player), magari di nicchia oggi, ma con un potenziale di crescita in prospettiva.

Se non proprio insofferenza, un senso di frustrazione è quella che potrebbe provare invece il fruitore medio della piattaforma, che si sente sempre meno considerato sotto l’aspetto “qualitativo”, ossia per il contributo che è in grado di fornire in termini di opinioni, interventi e contenuti informativi, quanto più per i dati che lo interessano (età, genere, status ecc..) o ancora per le abitudini di consumo che trapelano dalle sue discussioni online; tutto questo semplicemente nell’ottica di una profilazione, a scopo commerciale, il più possibile mirata in favore degli inserzionisti. L’obiettivo ultimo di social e online communities? Realizzare un database interno sufficientemente dettagliato, contenente informazioni sulla personalità e le abitudini dell’utenza, aumentare il valore di vendita di questi dati e massimizzare in questo modo le entrate pubblicitarie.

social media

Ma l’utente oggi, come più volte ribadito, non è più un fruitore passivo di contenuti, ma è sempre più identificabile come prosumer (creatore di contenuti digitali) critico e consapevole, e se qualcheduno inizia giusto ora a storcere il naso di fronte a questi atteggiamenti invasivi, vi sono startup e servizi pronte a raccogliere e ad incanalare il ‘malcontento’ in un’offerta che possa differenziarsi e rappresentare una valida alternativa di fruizione per gli insoddisfatti. Trovano spazio così nuovi player, piattaforme online fresche e capaci spesso di  avvicinare media e opinione pubblica.

Restando per esempio su Facebook e sul mondo social, proprio in queste settimane la discussione sembra si stia concentrando soprattutto su un elemento principale: la questione etica, intesa tanto come rispetto verso l’identità e il ruolo giocato dal prosumer quanto come il rispetto della sua privacy. Una questione molto sentita, sulla quale alcune società hanno scelto di impostare la propria proposta di valore esclusiva (quella Unique Selling Proposition di cui tanto si parla nei manuali di pubblicità), aggredendo il mercato con offerte controcorrente, o più semplicemente ‘fuori dagli schemi’.

Ello: Persone, non numeri

Non siamo numeri, non siamo prodotti: è il messaggio fatto proprio da ELLO, il social network accessibile esclusivamente su invito, che negli ultimi giorni ha fatto tanto discutere per le sue politiche sul trattamento dei dati (oltre ad aver scatenato infiniti dibattiti sul confronto con il social di Mr Zuckerberg). Questo il manifesto, emblematico, pubblicato dalla compagnia sul suo sito:

Your social network is owned by advertisers.

Every post you share, every friend you make and every link you follow is tracked, recorded and converted into data. Advertisers buy your data so they can show you more ads. You are the product that’s bought and sold.
We believe there is a better way. We believe in audacity. We believe in beauty, simplicity and transparency. We believe that the people who make things and the people who use them should be in partnership.
We believe a social network can be a tool for empowerment. Not a tool to deceive, coerce and manipulate — but a place to connect, create and celebrate life.

You are not a product.

ello homepage

Ello è solo su invito

Ello si è auto-dichiarato, implicitamente o meno, l’anti Facebook; vedremo alla distanza se queste boutade avranno un seguito. Intanto, le caratteristiche del nuovo social sono una realtà: Ello è minimal (usa spesso il bianco e nero), chiaro, indiscreto (non registra i dati dell’utente perché non è interessato alla pubblicità); ha inoltre un modello di business del tipo freemium: una offerta di base gratuita e servizi aggiuntivi a pagamento. Una mission lodevole, quella che guida la società americana, le carte in regola per lanciare il guanto di sfida ai grandi colossi sembrerebbero sussistere, ma quello di scatenare un esodo di utenti da Facebook verso la propria piattaforma potrebbe essere un obiettivo a dir poco ambizioso (ha più i connotati di una provocazione). Staremo a vedere.

ello

L’esodo degli user da Facebook verso Ello: uno scenario possibile?

Il discorso è però molto complesso: i dati prodotti, scambiati e condivisi ogni giorno dall’utenza, insieme alle informazioni personali della stessa sono molteplici, non per nulla si parla di ‘data overload‘. Per la sussistenza di un social network tradizionale tutti questi dati sono vitali; costituiscono un valore aggiunto imprescindibile, consentono infatti di profilare meglio le inserzioni a favore degli advertisers (unica fonte di revenue in questo modello), o possono in alcuni casi essere venduti a società esterne (data licenzino). Sono però allo stesso tempo, non dimentichiamolo, anche un valore aggiunto per bacheche e newsfeed dei social stessi, perché popolano e rendono vivaci le piattaforme con contenuti sempre nuovi, vivaci e freschi.

Bubblews: il social che ti remunera

Ma in definitiva, da dove ha origine gran parte di questo valore aggiunto? «Ha origine dalla gente – sostiene Arvind Dixit, CEO di Bubblews, un social network nato nel 2012 – proviene dai pensieri degli utenti… dai loro commenti. Sono un sacco di informazioni che la gente sta dando via gratuitamente; vorremmo porre fine a questa situazione, e dare più un senso degli affari a tutto ciò, rendendo il social un ecosistema equo per tutti, non solo una rete di collegamenti costruita sulle idee di altre persone».

La peculiarità di questo social, rivoluzionaria, è il fatto che l’utente venga remunerato per i post condivisi sulla piattaforma (e per i like e le condivisioni che si generano a partire dai post). I fondatori di Bubblews hanno deciso di versare una quota, anche minima, di introiti pubblicitari a favore di quegli iscritti che contribuiscono ad attrarre traffico e inserzionisti con i loro contenuti inseriti all’interno del social. Una scelta, se vogliamo anche questa ‘etica’, di voler riconoscere all’iscritto un contributo più o meno grande per gli sforzi profusi in termini di elaborazione di contenuti nuovi, e dunque per il valore che è in grado di apportare in favore della crescita e dello sviluppo della piattaforma. Che sia solo una mossa pubblicitaria per acquisire visibilità e rosicchiare fette di mercato ai social più famosi? Non ci è dato sapere. Certo, in passato ci sono già stati esperimenti di questo tipo; un esempio su tutti: Review Me, network che nei primi anni 2000 pagava le persone per recensire determinati prodotti o servizi.

logo di Bubblews

Certo questo è un modello di business che sembra incarnare alla perfezione il pensiero, controcorrente e a tratti apocalittico, di Jaron Lanier, guru-informatico ai tempi della nascita del world wide web, oggi da più parti definito come un ‘pentito del web’. Egli sostiene che la classe media si stia lentamente impoverendo e sia sul punto di scomparire. La colpa? Proprio di internet e della filosofia del ‘tutto gratis’, ma ancora di più di chi alimenta tale filosofia, ovvero Google, Facebook, Yahoo: i colossi del web sono in questo senso gli unici ad arricchirsi in questo scenario, naturalmente a scapito degli utenti. Lanier li definisce addirittura ‘server sirena‘, ossia gruppi di computer interconnessi che attraggono grandi quantità di utenti, accumulando e analizzando dati dettagliatissimi sui comportamenti online, senza però riconoscere loro alcun valore economico.

Questa è quindi la ricetta che propone per contrastare lo strapotere di questi server sirena, e ridare così all’utente una nuova dignità:

Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario 

DuckDuckGo e il motore di ricerca che non traccia

Infine, un altro esempio emblematico che ha portato alla ribalta la problematica dell’etica online risulta essere DuckDuckGo, in questo caso non un social network bensì un motore di ricerca che ha deciso di puntare tutta la sua strategia sul rispetto della privacy degli utenti: non registra, infatti, gli indirizzi IP dei naviganti e limita al massimo l’utilizzo dei cookie, non immagazzinando così le informazioni sulle ricerche e non vendendo all’esterno alcun dato personale degli utenti.

Questo search engine esiste da ben 6 anni (è stato lanciato negli USA nel 2008), ma ha acquisito popolarità soltanto dopo l’estate di quest’anno, a seguito dell’aggiornamento dei sistemi operativi iOS dei device Apple. DuckDuckGo è stato inserito infatti tra i motori di ricerca selezionabili dalla società di Cupertino, subito dopo Google, Yahoo e Bing.

duckduckgo

Segnali di svolta? Timidi tentativi di dirigersi verso un web maggiormente etico e rispettoso della sua community? Probabilmente; i numerosi case studies su questo punto sembrano confermare la tendenza; tendenza che però, in taluni casi, pare forse essere più una maschera indossata dal brand al solo scopo di differenziarsi e attirare su di sé l’attenzione del pubblico. Quel che è certo, almeno dal mio punto di vista, è che i tempi per una migrazione in massa degli utenti verso questi nuovi network e servizi sono più tutt’altro che maturi.

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