Google Maps? Ti dirà anche quando puoi fare la spesa

google maps cartina

Una bella novità in arrivo per tutti gli amanti dello shopping compulsivo (ma non solo) che ogni giorno si trovano a combattere contro un nemico implacabile: la mancanza di tempo. E le code, si sa, ne fanno perdere tanto di tempo. Vorremmo evitarle ovunque e comunque.

Nell’ultimo aggiornamento dell’applicazione mobile di Google Maps è stata introdotta una feature con la quale è possibile sapere, in tempo reale, il “livello di sovraffollamento” presente in un locale o in un qualsiasi altro esercizio commerciale.

Google Maps Feature Gif

Non più solo una stima: Google Maps ora ci dirà in qualsiasi momento se un locale è affollato o meno.

Si tratta di un update in linea con l’obiettivo (nonché la missione) portato avanti da Big G ormai da qualche anno: quello di informare, fornendo risposte il più possibile pertinenti e complete alle richieste effettuate dall’utente sul motore di ricerca.

Non a caso, infatti, proprio questa nuovo feature è un’evoluzione di Popular Times, funzionalità introdotta soltanto un anno fa che, tramite un grafico a barre, faceva una previsione sugli orari di punta di un negozio nel corso della settimana. Dati e analisi ottenute in base allo storico delle visite in-store rilevate in passato.

bar

Ora invece le informazioni non saranno più soltanto una semplice stima, ma ci diranno in real-time se (e quanto) sia sovraffollato un negozio, un bar, un supermercato, evitandoci così a monte code o perdite di tempo a cercare un parcheggio. Con la voce “People typically spend”, poi, Google Maps fornisce anche un’indicazione di massima sul tempo trascorso dalle persone in quel luogo.

In definitiva, a cosa può servire l’innovazione tecnologica, se non a migliorare la nostra vita? Di sicuro quest’innovazione, nell’immediato, ce la semplificherà non poco, permettendoci di ottimizzare tempo e spostamenti, con innumerevoli vantaggi anche per quanto riguarda più in generale la questione della mobilità sostenibile.

Non è tutto. Perché questa, a mio modo di vedere, è una novità che a lungo andare potrebbe trasformare radicalmente il nostro modo di pianificare gli acquisti, e di riflesso anche le nostre abitudini di consumo.

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Altolà: il coding non fa per voi!

uomo che sviluppa codice

Qualche tempo fa (è vero, tanto tempo fa, dovete perdonarmi ma in questo ultimo anno causa impegni di vario tipo ho un pochino trascurato il blog su cui sto postando) scrivevo di come la programmazione – o coding – fosse l’alfabeto di questo nuovo secolo digitale e iperconnesso, e di come una nuova “alfabetizzazione” in tal senso fosse indispensabile, imprescindibile.

In effetti, da più parti si continuava, e si continua, a recitare questa formula come un mantra: democratizzare l’insegnamento dello sviluppo di codice per incentivare la crescita del tessuto economico e quindi lo sviluppo della società nel suo complesso. Nel frattempo in tutto il mondo si è formato un vero e proprio movimento teso a promuovere una “cultura dello sviluppo di codice”, e la materia è entrata persino nel programma di insegnamento di molte scuole elementari e istituti scolastici.

Coding Group

Photo by Flickr

Eppure, per intraprendere il percorso che conduce al progresso e all’evoluzione dell’umanità occorre davvero che tutti imparino a programmare? Questa skill è davvero così fondamentale per la forza lavoro che verrà? Un “contromovimento” sta tentando di scardinare questa convinzione che si è fatta strada negli ultimi anni.

In particolare, un articolo dal titolo provocatorio apparso su Techcrunch lo scorso maggio, ripreso più volte dagli addetti del settore, mira a far riaprire gli occhi su una realtà fino ad oggi troppo romanzata e influenzata dal mito della Silicon Valley, dove per esempio si crede a torto di poter cambiare vita e lavoro da un giorno con l’altro, di poter avviare una startup di successo semplicemente imparando una nuova competenza o frequentando un MOOC online.

tastiera

Verità nascoste dietro al mito

La realtà è ben diversa, come prevedibile. In particolare l’autore del pezzo, Basel Farag, mette in luce tutte le sue perplessità relative a questo fenomeno: in primis, il gap esistente (e difficilmente mascherabile) tra un vero professionista, spesso con studi ingegneria alle spalle e chilometri di codice digitati, e un “improvvisato” che si definisce programmatore solo perché ha imparato un linguaggio di sviluppo; è una professione che va affrontata invece con la massima serietà ed umiltà.

L’opinione pubblica presenta poi il contesto nel quale opera il coder come un reame dorato, caratterizzato da elevati guadagni, forte potere contrattuale, abbondanza di offerte di lavoro e privilegi di ogni tipo. In realtà è esattamente l’opposto: il programmatore è infatti molto spesso un lavoratore iper-stressato, frustrato a causa di ritmi di lavoro faticosi e dettati da scadenze rigide, conduce una vita di sacrifici e rinunce.

Perché mai dunque – si chiede Farag – uno dovrebbe mai consigliare a qualcun altro di lanciarsi in un ramo simile? Un conto è la passione e la voglia di imparare che spinge ventenni o neodiplomati desiderosi di intraprendere una carriera da zero, ma come la mettiamo con i quarantenni con una famiglia da mantenere, bollette e spese da pagare a fine mese? Non è quel mondo facilmente accessibile a tutti che la narrazione moderna sul digitale ci sta presentando, insomma.

programmer woman

Questo smisurato entusiasmo è anzi deleterio anche per il business stesso, in quanto aumenta sensibilmente la competitività nel settore e fa crescere le attese da parte del mercato, che appunto considera quella del programmatore come una mansione che tutti possono svolgere con un minimo di preparazione, pretendendo dunque che si dimezzi il tempo necessario allo sviluppo di un app o di un software. Tutto ciò, naturalmente, a scapito del livello di qualità del prodotto finale.

In conclusione, è chiaro che quella del coding sia attualmente una skill importante, che verrà sempre più ricercata dai datori di lavoro e non solo. Una competenza chiave in tanti ambiti, vista la fase di digitalizzazione che stiamo vivendo, ma una competenza che non ha proprio bisogno di alcuna “idealizzazione”: non si può, insomma, spingere tutti a trasformarla in una professione, soprattutto quando il rischio di improvvisazione è davvero elevato.

Come in altri campi, anche nella programmazione web e di software il successo è un risultato dato da un mix di inclinazione, studio, sacrifici, errori e nuovi tentativi accumulati in anni e anni di esperienza; un percorso quasi obbligato da sperimentare, prima di potersi definire davvero professionista.

Project Jacquard: Google porta gli wearables al livello successivo

Gli smartwatch sono già il passato. Questo forse devono aver pensato per un attimo gli spettatori dell’ultima conferenza annuale di Google per gli sviluppatori web – la GOOGLE I/O – dove la società statunitense, oltre a presentare il nuovo sistema operativo Android M e altre diverse novità nei suoi prodotti, ha accennato inoltre di stare lavorando a dei progetti sperimentali nel campo dell’internet of things e degli wearable, due tra i fronti più “caldi” del panorama hi-tech odierno.

Google I/O 2015

Gli oggetti connessi a internet, stando ad alcune stime, entro il 2020 saranno più di 20 miliardi: 20 miliardi di device che potranno dialogare e interagire tra loro, migliorando (si spera almeno) la vita all’utente. Dal palco della Google I/O sono state annunciate diverse nuove soluzioni in questo senso, a prima vista rivoluzionarie: Brilllo, una piattaforma innovativa per la IoT; Project Soli, prototipo hardware sperimentale sviluppato dal team ATAP (Advanced Technologies and Products) che con una tecnologia radar consente di controllare i dispositivi usando i gesti delle dita; infine, Project Jacquard.

Google Project Jacquard, altra grande sfida di quei visionari di ATAP, promette di far parlare a lungo di sé nei mesi a venire, poiché da quanto appreso si tratterebbe di uno dei primi esempi concreti di “vestito connesso”. In sostanza l’idea consiste in un sensore touch che, inserito all’interno del tessuto di un indumento, sarebbe in grado di riconoscere i movimenti delle nostre dita e ci permetterebbe di trasmettere degli “input” direttamente ai nostri dispositivi digitali.

Project Jacquard

credits: techradar.com

Il nostro pantalone, o la nostra giacca, potranno diventare così una sorta di “schermo aggiuntivo”, grazie al quale potremo controllare e interagire con tablet o smartphone. Evoluzione tecnologica inutile? Ora non è possibile fare previsioni. D’altro canto – i detrattori sono sempre pronti a ricordarlo – abbiamo visto come non sempre le invenzioni della società americana riescano a spiccare il volo con facilità (si pensi al flop dei Google Glass); in quel frangente, neppure un accordo con il colosso dell’occhialeria Luxottica si era dimostrato sufficiente a dare un appeal commerciale all’innovazione… in questo caso sarà Levi’s a collaborare per la realizzazione del prodotto: vedremo se il destino di Project Jacquard sarà più fortunato.

Insomma, con una mossa del genere Google non si limita più a sviluppare wearable, tecnologie indossabili, il suo chiaro intento ora è quello di mettersi letteralmente “nei nostri panni”, proponendoci nuovi modalità nell’utilizzo dei dispositivi. È anche vero che finora, al termine “wearable” eravamo soliti associare alcuni device specifici, come gli occhiali connessi o gli smartwatch. Forse i più entusiasti potevano già intuire l’estendersi dei sensori ad altri tipi di accessori, ma credo che in pochi avrebbero scommesso a questo punto sull’intenzione di Google di rendere intelligenti anche i tessuti che indossiamo ogni giorno.

D’altronde non deve stupire: Big G riesce sempre a sorprendere il suo pubblico; il suo sforzo sul fronte dell’innovazione continua – e su più ambiti in contemporanea – si rivela inarrestabile. E l’innovazione, si sa, incrementa gli utili e il vantaggio competitivo.

 

 

 

 

 

L’alfabeto del ventunesimo secolo? That’s coding!

Molto più di una semplice skill, molto più di un requisito chiave per la ricerca di un posto di lavoro (che avrà sempre più peso più in futuro): la programmazione – o codingsecondo alcuni diventerà addiritttura l’alfabeto del XXI secolo.

We think of programming as literacy for the 21st century” (Zach Sims, Ceo di Codecademy)

I segnali non sembrano di fatto smentire tale dichiarazione, visto che, da un lato, in molte scuole elementari hanno deciso di introdurre la scrittura di codice come materia di studio obbligatoria, e le spinte alla diffusione di questa cultura nei più piccoli non mancano (One our of code o Coder dojo, solo per citarne alcuni). Dall’altro lato sembra sia in corso, sul web e sugli altri mezzi di comunicazione, una sorta di processo di sensibilizzazione verso l’apprendimento della disciplina, oggi sentita come indispensabile per tutti i futuri operatori dell’ambito digital.

È in questa direzione, per esempio, che si è mossa code.org, un’organizzazione no profit americana nata nel gennaio 2013 il cui obiettivo è incoraggiare le persone, gli studenti e le scuole ad avvicinarsi in modo deciso al mondo della programmazione. Il sito web dell’associazione contiene lezioni gratuite e testimonianze “di peso” sull’argomento. Ecco il video promozionale:

Su questa scia, e sfruttando il grande interesse riscosso dai linguaggi di sviluppo, sono nati in questi anni tante startup e tante iniziative volte a istruire e a diffondere il più possibile la conoscenza di questa materia. Iniziative e progetti di diverso tipo, più o meno pratici e rivolti a differenti target. Proprio su queste due linee di si è vista la maggiore differenziazione; ce n’è davvero per tutti i gusti, i servizi elencati di seguito sono solo alcuni dei più celebri:

Codecademy – probabilmente il più noto tra tutti i servizi; una web app interattiva, fatta di lezioni e di esercizi, con cui imparare la sintassi e il funzionamento di vari linguaggi di programmazione, da HTML a CSS, fino a PHP e JavaScript. Prevede il superamento di alcuni livelli e si caratterizza per un linguaggio “smart”, a tratti ironico; la filosofia del learn by doing è insita nello spirito dei suoi founder.

codecademy

credit: indexventures.com

Code Avengers – simile, per metodologia operativa e per interattività a Codecademy, questa piattaforma di insegnamento online (sviluppata da un team neozelandese) ha deciso di lavorare e investire molto sul design del prodotto e su un ottimo livello di user experience, rendendo l’applicazione intuitiva e le istruzioni degli esercizi più comprensibili.

The Women’s Coding Collective – come il nome fa intuire, si tratta di una community interamente dedicata al pubblico femminile; in particolare, il sito punta a sanare quel gap di genere, ancora molto forte, per quanto riguarda le competenze di web developing. Oltre ad uno spazio di discussione e di scambio dei feedback, il portale offre anche dei corsi di introduzione ai linguaggi HTML, CSS, Javascript e PHP.

logo wcc

Codebabes – ha fatto molto discutere questo metodo di insegnamento del coding a dir poco “alternativo”: il percorso di apprendimento dei vari linguaggi, anche qui, è basato sul superamento di alcuni step; la sola differenza è che, per motivare gli utenti (uomini) all’obiettivo, ad ogni test superato un’insegnante donna toglierà un vestito. Lo spogliarello, l’elemento sexy che dà un taglio irriverente e sicuramente originale al prodotto (tanto da far credere a molti che si tratti di un fake architettato per attirare click e visibilità).

Dalle critiche di sessismo piovute su quest’ultimo servizio ha avuto terreno fertile anche una versione satirica di Codebabes, una parodia “al femminile” in questo caso: Codedicks.

Anche in questo campo, le risorse offerte dal web sono pressoché infinite; sta a noi avere la lungimiranza, la giusta determinazione ma soprattutto la volontà di apprendere qualcosa di nuovo. Un nuovo processo di alfabetizzazione è partito.

 

L’ultima indagine IASP sui Parchi Scientifici Tecnologici nel mondo

IASP (International Association of Science Parks), ovvero l’organismo internazionale che rappresenta i parchi scientifici tecnologici nel mondo, a cadenza regolare effettua delle survey tra i suoi 388 membri per far luce sullo stato dell’arte e sui trend relativi alle dinamiche di questo settore di business.

I risultati dell’indagine sono inseriti in un report dettagliato che viene rilasciato su richiesta, sebbene il sito ufficiale di IASP ci fornisca un primo “assaggio” attraverso alcuni grafici interessanti; un resoconto nel quale l’organizzazione rende noti dati e statistiche circa la situazione di queste particolari strutture capaci di attirare innovazione e ricerca, in grado di stimolare lo sviluppo di nuove attività e di favorire in generale la crescita economica del tessuto sociale nel quale si trovano inserite.

Vediamo insieme gli esiti dell’ultima indagine effettuata attraverso un’infografica che ho realizzato personalmente, estrapolando i dati più salienti divulgati dall’associazione.

parchi scientifici tecnologici

  1. Gli incubatori di startup e i centri di ricerca sono i due hub principali che troviamo nella stragrande maggioranza dei parchi (rispettivamente nel 91,6 e nel 80,7%)
  2. I Parchi Scientifici Tecnologici sono un fenomeno sempre più “urbano“: un trend che cresce anno dopo anno, soltanto il 5,9% delle strutture è situato infatti in zone periferiche o di campagna
  3. Per quanto riguarda il grado di specializzazione, quasi la metà di essi (47,1%) sceglie di restare generalista e  di non concentrarsi solo uno tipo di settore tecnologico; solo il 18,4% decide di focalizzarsi su un ambito specifico. In ogni caso, quasi la totalità di queste organizzazioni seleziona le società che possono accedere agli spazi e ai servizi erogati
  4. Domina il settore pubblico: il 54% circa sono iniziative statali, sebbene vi sia da segnalare un incremento nell’interessamento dei privati, che cercano di entrare nella proprietà delle strutture, tramite quote di partecipazione più o meno alte e in partnership “miste” formate da pubblico e privati.

Gli smartphone del futuro: assemblabili e pieghevoli?

Le innovazioni incrementali per quanto riguarda i device mobili sono ormai sempre più determinanti nella competizione tra i grandi marchi di elettronica consumer. Si è trattato però, finora, perlopiù di innovazioni dal punto di vista del design, della forma e del potenziamento dei sistemi operativi: una serie di trasformazioni che da un lato cercano di rispondere ai bisogni sempre più specifici di determinate fasce di mercato, dall’altro consentono all’azienda produttrice di differenziare ed espandere il proprio pacchetto-offerte; si consideri ad esempio il fattore dimensione dei dispositivi: i primi smartphone possedevano uno schermo di dimensioni ridotte, non sufficienti per visualizzare al meglio un video piuttosto che una pagina web ottimizzata: da qui la necessità di aumentare le dimensioni dei device (basti pensare agli ultimi modelli iPhone e Samsung Galaxy per rendersi conto di un’evoluzione tendente al progressivo “ingigantimento” dell’apparecchio). Sono poi arrivati i tablet, dei veri e propri portatili touch screen; il problema che si presentò ben presto in questo caso fu quello che non sempre era possibile portare con sé una simile tecnologia, per una questione di spazio o di peso complessivo del dispositivo: hanno visto la luce pertanto i famosi mini-tablet, dispositivi molto più small, ma allo stesso tempo funzionali per un lavoro a distanza o “in viaggio”…  e oggi si parla addirittura di Phablet, una sorta di device ibrido, con schermo tra i 5 e i 7 pollici e con pennino opzionale in aggiunta.

phablet

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Stampa 3D: dove eravamo rimasti?

Le nuove tecnologie si stanno sempre più democratizzando, diventando man mano accessibili a tutti: tra le innovazioni più discusse in questi ultimi anni, quella che occupa sicuramente un ruolo di primo piano è la stampante 3D. Un’invenzione rivoluzionaria, tanto che alcuni sono arrivati persino a descriverla come simbolo di una terza rivoluzione industriale, come l’elemento che potrebbe farci fare il salto di qualità da semplici fruitori a creatori di manufatti (maker).

Riassumendo brevemente, la tecnica di stampa 3D consente di riprodurre veri e propri oggetti tridimensionali attraverso un procedimento definito additivo, che sovrappone cioè strati di materiale successivi (tipicamente polimeri termoplastici, ma anche resine e polveri di metalli); l’utente non deve far altro che impostare a computer un modello elaborato digitalmente (creato con software grafici appositi o con una scansione tridimensionale), dopodiché sarà la macchina, grazie ad un unico processo produttivo, a ricreare il manufatto mostrato a video.

Come accennavo all’inizio, anche questo tipo di tecnologia si sta pian piano rendendo accessibile anche alle tasche dei consumatori (una macchina “base” costa ora poco più di un normale PC): una commercializzazione progressiva che ha portato questi modelli nelle case di tutti gli appassionati (designers, architetti, artigiani). Stanno inoltre vedendo la luce in questo periodo anche le prime community online di makers, tra queste 3D Hubs, piattaforme virtuali che mettono in contatto makers e compratori; una sorta di canale e-commerce destinato solo a questo tipo di attività!

stampante 3D di cioccolato

Un utilizzo originale e “culinario” della tecnologia di 3D printing – Robots In Gastronomy

Il lato oscuro della prototipazione rapida

A fronte degli innumerevoli benefici che questa innovazione ha apportato e sta apportando, molti addetti ai lavori hanno però iniziato a mettere in guardia e a frenare subito gli entusiasmi dovuti all’approdo sul mercato di massa di questa tecnologia, sottolineando soprattutto i potenziali effetti negativi derivanti dal possesso di un simile macchinario:

  • in primo luogo, una commercializzazione di massa di stampanti “consumer” potrebbe avere un impatto devastante sulla proprietà intellettuale e sull’economia, portando a contese sul rispetto del copyright; alcuni hanno parlato di un rischio “Napsterizzazione del settore” e recentemente il tema è stato al centro di un dibattito a New York (Inside 3D Printing Conference)
  • in secondo luogo, non è poi troppo remota la possibilità che alcuni individui decidano di fabbricarsi in casa pistole o fucili, bypassando così del tutto le normative in materia di possesso di armi da fuoco

Molto illuminante in tal senso un video-documentario che ho trovato sul portale svizzero di informazione swissinfo.ch: Prototipazione rapida – “arma” a doppio taglio